Chi è devoto della Madonna di Pompei, avrà notato certamente, nei continui pellegrinaggi, che fuori il Santuario è collocata la statua a figura intera del nostro S. Ludovico da Casoria. Questo perché il Santo frate francescano sostenne in tutti i modi Bartolo Longo nel suo progetto di edificazione di un tempio dedicato alla Madonna del Rosario. Quando, poi, esso fu realizzato, S. Ludovico fu prodigo di consigli su come B. Longo avrebbe potuto valorizzare quel luogo sacro.
A rivelarlo nel suo diario fu P. Bonaventura, amico umilissimo di entrambi, il quale scrisse che P. Ludovico suggerì a Longo “lo spogliamento in vita”, ossia di donare il Santuario ai Padri Domenicani, perché il loro Ordine rifiorisse in quei tempi difficili; poi gi propose di aprire un orfanotrofio per educare i ragazzi della Valle dell’agricoltura e anche di impiantare una tipografia per farla fruttare a beneficio degli orfani e stampare le pubblicazioni del Santuario; gli offrì, a tale scopo, le macchine e i caratteri che aveva acquistato in vista di una tipografia progettata per la sua Casa di Roma. B. Longo, com’è scritto nel libro “La carità sfrenata” di Salvatore Garofalo, “accettò l’offerta e pagò a rate il costo del materiale.”
P. Bonaventura annota, inoltre, che Longo incontrò P. Ludovico a Napoli per avere ulteriori chiarimenti sull’Opera pompeiana: “Ha detto, sull’esempio suo, di far capo al Papa, rendere Basilica la chiesa e manifestare a lui la loro intenzione di volervi stabilire una comunità di Domenicani. Quando vi siete messi in mano al Papa, allora piegate il capo, statevi in pace e obbedite. Dovete fare presto prima che termini la chiesa, se no il clero di Nola vi manderebbe via e il Vescovo vi prenderebbe la Chiesa; ora vi lasciano perché la gente ha fiducia in voi e vengono le elemosine”. Due giorni dopo, scrive Garofalo, B. Longo era di nuovo dal P. Ludovico per chiedergli che un Bigio addestrasse i suoi orfani per la tipografia, che il Padre avrebbe inaugurato personalmente.
Ma come si sono conosciuti Longo e P. Ludovico? Il primo era pugliese e si stabilì a Napoli per studiare Legge; qui, dopo aver indebolito la sua fede a causa delle idee razionaliste e anticlericali che dominavano negli ambienti universitari, si lasciò coinvolgere nella moda dello spiritismo, allora di moda, abbandonando ogni dettame della Chiesa cattolica. Consapevole di ciò, smarrito e confuso, sentì il bisogno di “avere innanzi tipi di perfetta vita cristiana” e così fu condotto da P. Ludovico, dal quale fu affascinato e al quale si legò in un vincolo di amore e di forte devozione. “Debbo dire che la sua figura, le sue tronche parole, la sua operosità, esercitavano un influsso potentissimo sul mio spirito, tanto che a lui vado debitore in gran parte del mio sincero rivolgermi a Dio e dedicarmi alle opere che hanno l’impronta della carità e della civiltà cristiana. Sempre nel libro “La carità sfrenata” sono riportati alcuni consigli di P. Ludovico a Longo: “La carità, era questa la sua massima generale, apre prima il cuore e poi la mente. Se tu vuoi salvare l’anima di uno, sovvienilo prima nel corpo e poi facilmente arriverai a convertirlo. Il Figliuolo di Dio venne su questa terra per sakvare le anime, eppure cominciò dal sollevare i corpi. Mutò l’acqua in vino, moltiplicò i pani e i pesci, sanò il lebbroso, risuscitò il figlio di una vedova. Così se tu vuoi far confessare un moribondo, restìo a ricevere i sacramenti, non devi cominciare dal dire: “Ti vuoi confessare”? Non fargli una predica: no. Somministragli prima un poco di brodo; poi gli rifai il letto, poi lo aiuti a mutarsi ; e dopo averlo refrigerato, e avergli mostrato coi fatti che cosa è la carità di Cristo, allora gli domanderai se voglia o no confessarsi. Quell’uomo, ancorché nemico di Gesù Cristo e del prete, nel vedere la tua carità in atto e non in parole, si sente mosso nel cuore a volerti bene, e ti risponderà piangendo: “Sì, Sì, mi voglio confessare. Ecco dunque come la carità verso il corpo apre la via ad illuminare la mente e a salvare le anime.”
E’ molto chiaro da questa testimonianza di Longo che S. Ludovico da Casoria molti anni prima ha indicato al Magistero e a tutto il popolo di Dio ciò che questi hanno man mano scoperto e affermato dal Concilio Vaticano II in poi, cioè che non esiste un Cristianesimo disincarnato, sganciato dalla Storia, e che l’evangelizzazione va di pari passo con la promozione umana. Una fede che non spinge a curarsi dell’uomo debole, malato, degli ultimi della terra, nei quali è presente Cristo, è una fede monca, bigotta e devozionistica.