Referendum del 17 aprile: SI o NO alle trivelle in mare?

 

Il referendum del 17 aprile si è trasformato in uno scontro tra due diverse politiche energetiche: da un lato quella basata su un modello di sviluppo sostenibile, con l’uso maggioritario di fonti rinnovabili, dall’altro la visione tradizionalista in cui i fossili rappresentano ancora la sola fonte in grado di farci accendere le luci in casa.

La scarsa informazione dei media è stata concentrata sui falsi allarmismi del Governo, quali il calo degli occupati nel settore ed un futuro da schiavi dello straniero per l’energia a noi necessaria. Le cose, come spesso accade, sono molto più semplici e meno drammatiche di quello che sembrano. Considerando infatti il numero di trivelle presenti entro le 12 miglia, poche a dire il vero, e le strutture assimilabili, scopriamo che non si arriva a contare più di 100 impianti per una produzione, tra gas metano e petrolio, pari quasi al 3% del fabbisogno nazionale.
Ancora più interessante appare l’aspetto legato al numero dei lavoratori del settore. Meno di 100 operanti sulle piattaforme e quasi 2000 come occupati indiretti. I fautori del SI sostengono che perdere questi posti di lavoro sia un sacrificio tollerabile a fronte della tutela della salute e del numero di lavoratori impiegati nel settore del turismo o della pesca. Eppure, anche se conveniente, questa affermazione risulta ugualmente falsa e fuorviante. La vittoria del SI non comporterebbe affatto la perdita netta dei posti di lavoro e nemmeno il blocco dei pozzi ma, semplicemente, determinerebbe nuovamente l’entrata in vigore della legge del ’91, già operante prima dello “Sblocca Italia”, che prevedeva la proroga della concessione dei pozzi di cinque anni in cinque anni, e non all’infinito. Pertanto, posto che risulta pacificamente assurdo concedere per sempre ad un privato lo sfruttamento di una risorsa che appartiene a tutti, è necessario evidenziare come la Legge renziana si palesi come illegittima, in quanto una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza. Tale normativa si pone in palese contrasto con il diritto europeo che, in materia di estrazione di idrocarburi, prescrive il divieto di proseguire l’estrazione oltre la durata stabilita dall’autorizzazione concessa e che solo in via eccezionale (e non in via generale e a tempo indeterminato) il legislatore statale possa prevedere proroghe della durata delle concessioni. Questo significa che la vittoria del NO implicherebbe la sicura apertura da parte dell’Unione Europea di una costosa procedura d’infrazione in danno dell’Italia, e noi non potremmo nemmeno consolarci con un bel bagno, nei nostri mari finalmente puliti. Allora bisogna chiedersi se davvero vale la pena correre un rischio di tutti per il vantaggio di pochi. Personalmente io ho già deciso e dopo aver votato correrò a tuffarmi.

Domenico Di Paola

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