E se l’America’s Cup fosse stata soltanto un’anteprima?
La domanda viene quasi naturale guardando quello che è successo a Napoli negli ultimi giorni. Il Golfo trasformato in un campo di regata, il Lungomare Caracciolo preso d’assalto, oltre 100mila accessi al Race Village nella sola giornata conclusiva e più di 250mila persone complessivamente nei quattro giorni, secondo i dati diffusi al termine della manifestazione. E poi Luna Rossa, che proprio nelle acque di Napoli ha conquistato la Regata Preliminare battendo in finale Emirates Team New Zealand.
È stato un grande evento internazionale. Ma forse, più ancora, è stato un test.
E Napoli lo ha superato mostrando una delle sue caratteristiche più naturali: quando arrivano i grandi eventi, la città sa diventare una cornice straordinaria.
Non soltanto per il mare. Non soltanto per il paesaggio. Perché dietro l’immagine del Golfo c’è una città abituata a vivere gli eventi con una partecipazione che difficilmente può essere costruita a tavolino.
E allora viene da chiedersi cosa potrebbe accadere se questa capacità venisse messa al servizio di un progetto ancora più grande.
Gli indizi, in realtà, sono già tutti lì.
C’è lo stadio Diego Armando Maradona, per il quale Comune e Regione stanno lavorando per portare la città ad essere una delle cinque sedi italiane di Euro 2032. E detto molto chiaramente, sarebbe difficile immaginare un grande appuntamento calcistico internazionale in Italia senza considerare Napoli e il suo stadio.
Poi c’è il basket. Il Napoli Basket è tornato in Europa e proprio stasera affronterà i francesi del JL Bourg-en-Bresse.
Ma anche qui non ci si ferma alla partita.
Il presidente Matt Rizzetta ha presentato il Documento di fattibilità per la ricostruzione del Mario Argento. Il progetto immagina un impianto da circa 12mila posti nell’area del vecchio palazzetto. E Rizzetta non ha nascosto ambizioni ancora più grandi, con lo sguardo rivolto anche all’EuroLeague. Il progetto, insomma, non sembra voler riportare semplicemente Napoli nel basket che conta: vuole riportarla stabilmente nel panorama europeo.
Poi c’è il calcio. Una certezza negli ultimi anni.
E allora, mettendo insieme tutti questi pezzi, emerge qualcosa.
Napoli sta costruendo una propria dimensione sportiva internazionale.
Non è un singolo evento. Non è soltanto l’America’s Cup. Non è soltanto il calcio. Non è soltanto il basket.
È un insieme di infrastrutture, squadre, eventi e progetti che stanno cambiando il modo nel quale la città può presentarsi al mondo. E qui arriva la domanda più affascinante.
E se l’America’s Cup fosse stata davvero soltanto l’anteprima?
Non è più nemmeno una suggestione completamente campata in aria. Il presidente del CONI Luciano Buonfiglio ha parlato pubblicamente della possibilità di una candidatura congiunta Roma-Napoli per le Olimpiadi del 2036 o del 2040.
Ora non significa che Napoli avrà le Olimpiadi. E non significa nemmeno che una candidatura sia già definita.
Significa però che l’idea è entrata nella conversazione istituzionale.
E forse è proprio questo il punto. Una candidatura olimpica non dovrebbe essere il sogno irraggiungibile di una città che immagina per qualche settimana di poter diventare qualcosa di diverso. Dovrebbe essere, eventualmente, il punto di arrivo di un percorso.
E Napoli quel percorso lo sta già costruendo.
Lo sta facendo con gli impianti da riqualificare, con il Maradona, con il progetto del nuovo Mario Argento, con le squadre che tornano stabilmente in Europa, con gli eventi internazionali che arrivano sul Golfo e con una città che dimostra di saperli accogliere.
L’America’s Cup ha lasciato una cosa più importante delle immagini delle barche davanti al Vesuvio.
Ha lasciato una domanda.
Quanto potrebbe essere grande Napoli se cominciasse a pensare ai grandi eventi non come eccezioni, ma come parte della propria identità futura?
La vera sfida, allora, non sarebbe organizzare le Olimpiadi. Sarebbe diventare la città che può permettersi di candidarsi a farlo.
E Napoli, forse, ha appena cominciato a dimostrare di poter essere quella città.
E se l’America’s Cup fosse soltanto la prima pagina di una storia molto più grande?