LA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE A OLTRE UN MESE DI GUERRA

A oltre  un mese dall’inizio della guerra in Medio Oriente, cominciata il 28 febbraio con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il conflitto non è affatto finito, come il camaleontico e inaffidabile Trump aveva promesso. Infatti, quella che il Presidente degli Stati Uniti aveva definito con stupida e spocchiosa  sicumera un’operazione militare rapida, limitata a non più di tre – quattro settimane circa, si sta rivelando una delle tante campagne conflittuali dagli esiti incerti, come le altre  del passato dell’America, con effetti tremendi sul piano politico, militare ed economico. Eppure, il Tycoon  aveva assicurato, durante la campagna elettorale, che non avrebbe commesso gli errori dei precedenti Presidenti statunitensi, perché a lui interessava restituire all’America il ruolo della più grande potenza  mondiale sul piano economico, non sprecando risorse ingenti nei conflitti armati. E’ possibile,al momento, una escalation con l’invio in Medio Oriente di migliaia di soldati e marines.  Ma la reazione dell’Iran non si è fatta attendere. “I nostri uomini sono in attesa” delle truppe americane, ha detto il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, aggiungendo che i missili di Teheran sono pronti “per incendiare le loro anime e punire per sempre i loro alleati regionali”. Come prevedibile, lo “spaccone” Trump in un post sui social ha dichiarato che se non si raggiungerà presto un accordo con l’Iran e se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto “immediatamente”, gli Stati Uniti distruggeranno completamente le infrastrutture energetiche e idriche dell’Iran.

Intanto, l’opinione pubblica americana sta sempre più acquisendo consapevolezza   delle contraddizioni  in cui cade spesso  Trump e , quindi, sta crescendo  il malcontento per le sue improvvide scelte   e la conseguente impopolarità.  Ultimamente, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città, in quella che gli organizzatori hanno definito “la più grande giornata di protesta nella storia degli Stati Uniti”, con una partecipazione diffusa anche in stati tradizionalmente repubblicani e in aree rurali. La disapprovazione per  un modo di governare imprevedibile  e dissennato  si è anche manifestata  nei  recenti successi elettorali democratici e si evince chiaramente dal  calo negli indici di gradimento per il Presidente. Secondo diversi analisti, la combinazione tra guerra, aumento dei prezzi della benzina e volatilità dei mercati finanziari potrebbe tradursi in un costo politico significativo per il Partito Repubblicano in vista delle elezioni di medio termine, in programma per novembre.

Sono note le conseguenze del conflitto in  altre parti del  Medio Oriente. A Beirut migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di tre giornalisti uccisi in un attacco israeliano, episodio che il governo libanese ha definito un “crimine flagrante” e che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha qualificato come “assassinio mirato” in violazione del diritto internazionale. Parallelamente, ha rischiato di trasformarsi in un incidente diplomatico la decisione israeliana di impedire al cardinale Pierbattista Pizzaballa di raggiungere la basilica del S anto Sepolcro per la tradizionale messa della Domenica delle Palme. Secondo il Patriarcato latino di Gerusalemme e i Custodi della Terra Santa, sarebbe stata  la  “prima volta da secoli”  l’imposizione di una simile restrizione, stabilita, secondo fonti israeliane, per motivi di sicurezza. La crisi, successivamente, è rientrata. “Il Patriarcato Latino di Gerusalemme e la Custodia della Terra Santa confermano” che “le questioni riguardanti le celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua nella Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti”, spiega una nota successiva, prima della quale il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva annunciato misure immediate perché al cardinale “sia concesso pieno e immediato accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme”.

Sempre più gravi e preoccupanti i deleteri effetti sulla crisi energetica per il perdurare del conflitto: il petrolio ieri ha toccato i 116 dollari al barile: lo shock petrolifero più grande di sempre.  Infatti,  la contrazione delle forniture di petrolio e gas naturale sta già colpendo l’Asia e, in misura sempre maggiore, l’Europa. Così i governi iniziano a correre ai ripari. Come nel 2022, però, anche chi interviene per ridurre i consumi fatica a resistere alla tentazione di calmierare i prezzi. Con il rischio di tenere artificialmente alta la domanda e nascondere ai cittadini la gravità della situazione.

Antonio Botta

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