I giovani della parrocchia “S. Antonio Abate”, in Casoria, protagonisti della drammatizzazione della Via Crucis
Nella parrocchia S. Antonio Abate in Casoria, venerdì, 3 aprile scorso, i giovani della comunità ecclesiale, sostenuti dal parroco don Agostino Sciccone e coordinati dal rev. decano don Salvatore Porricelli, hanno drammatizzato la Via Crucis, offrendo l’opportunità di meditare sul mistero pasquale. Lungo il cammino della Croce, nel quale sono state rappresentate con interpretazioni intense le varie stazioni, sono stati aperti man mano, a coloro che hanno assistito in silente e orante raccoglimento all’evento, gli occhi e il cuore sul mistero del dolore, facendo scoprire in esso frammenti di senso nello sperimentare che Dio passa come Salvatore dell’uomo attraverso la vicenda dolorosa di Gesù. La Croce del Nazareno, come pose in rilievo lo scrittore cattolico Mario Pomilio nel romanzo “Quinto Evangelo”, “ha voluto essere il dolore di ogni uomo e il dolore di ogni uomo è lo stesso dolore di Dio”.
Il Signore, infatti, passa, dopo l’angoscia mortale vissuta nel Getsemani, per il Sinedrio e per il Pretorio, riscattando la dignità di ogni condannato a morte; passa, caricato della croce, sotto il cui peso cadde per tre volte a causa dei patimenti, attraverso i dolori di chi giace a letto per malattie invalidanti; attraverso i tormenti inenarrabili dei popoli, vittime di guerre devastanti; passa attraverso la solitudine degli anziani, lo strazio dei bambini privati della loro infanzia nella “terza guerra mondiale a pezzi”e attraverso il terreo spavento dei profughi scampati ai naufragi; e ogni volta si rialza, “per darci il coraggio di sollevarci”, aiutandoci a non rimanere schiacciati sotto il peso della croce, per dirci che non siamo soli nelle sventure e nelle pene, le condivide totalmente per trasfigurarle, quale Crocifisso innocente, in occasioni di grazia, in possibilità di salvezza per l’intero genere umano.
Particolarmente carico di pathos l’incontro della Madre con Gesù nella IV stazione, in cui toccante è stata l’implorazione materna a restituirgli quel Figlio, che è “carne della mia carne”. Come non scorgere, nella superba interpretazione della giovane attrice, lo strazio di ogni madre nell’assistere alle atroci sofferenze del proprio figlio? “Non conoscete il dolore di una madre, ridatemi mio figlio, vi prego!”. Poi, Maria, piangendo, si rivolge a Lui in un impeto d’amore: “Mi hai insegnato a vivere, a vedere Dio nei tuoi passi, umile nella tua umanità divina […] Tu sei l’oltre, Dio mio, perdonami […] questa è la tua volontà”. Lungo il cammino impervio e doloroso della vita, pur s’incontrano persone che donano con la premura del loro cuore, nel buio della sofferenza squarci di luce, offrendo con la loro vicinanza luminosa sollievo e consolazione: Simone di Cirene, che aiuta Gesù a portare la croce, incarna chi, con la propria presenza amorevole e solidale, versa balsamo sulle ferite, partecipa alle sofferenze altrui, rendendo meno pesante il giogo del male che assedia corpo e spirito; Simone di Cirene, che percorre con il Signore un tratto della “via dolorosa”, rappresenta, dunque, tutti coloro che, mossi da una coscienza di alto spessore etico e umano, credenti o meno, sono accanto agli sconfitti della storia per riempire vuoti di amara solitudine, di patimenti; vicino alle famiglie che subiscono il peso della croce di difficoltà economiche; insieme ai bambini nei luoghi di guerra per strappare ai loro volti terrorizzati dai missili e dalle bombe sorrisi e momenti di svago, oltre a fornire cibo, acqua e a curare i loro corpi martoriati.
Ugualmente la Veronica, che asciuga il volto a Gesù, invita a fare altrettanto: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto”. Dove identificarlo? In quello di chi incontriamo ogni giorno: “Il tuo volto, fratello, io cerco. Non nascondermi il tuo volto: scrigno, come scrisse don Tonino Bello,“di tenerezze e di paure, di solitudini e di speranze”. E’ in questo modo che “ci riconcilieremo col volto di Dio, unica terra promessa dove fiorisce la pace.” Anche l’incontro con le donne di Gerusalemme è un monito alla Chiesa a fare spazio alle donne per essere ancor di più generativa attraverso una pastorale fatta di cura e di sollecitudine, di pazienza e di coraggio materno. Ma anche il mondo ha bisogno di guardare alle madri e alle donne per trovare la pace, per uscire dalle spirali della violenza e dell’odio, dalla logica della prevaricazione, dal potere che affossa la dignità umana, affinché si torni ad avere sguardi umani e cuori che vedono, così com’è stato ribadito nella lettera di don Mimmo Battaglia “Vorrei una pace” – straordinariamente pregna di forza profetica – letta dalla giovane che ha interpretato la figura della Madonna. Con la deposizione dalla Croce si è conclusa la Via Crucis, le cui stazioni sono state intervallate da canti suggestivi intonati da un coro costituito da giovani,che hanno contribuito a creare un clima di preghiera e di intimo raccoglimento.
Altamente emozionante il momento dell’abbraccio corale intorno al bravissimo giovane che ha interpretato Gesù: scena di un’attesa trepidante di fratelli e sorelle che, mentre cantavano uniti in un vincolo d’amore, già dai loro occhi luccicanti e dal cuore palpitante pareva che scorgessero il buio cedere il posto ai primi bagliori della luce e il sole della Pasqua irrompere tra le tenebre della notte: nei loro sguardi, nel loro canto, nella loro fraterna stretta, nella loro commozione, si sono già percepiti, con stupore e gioia, i fremiti della Resurrezione.
Antonio Botta