NAPOLI – «Se dopo settimane ottantatré persone non sanno dove andare, il problema non è il crollo: è che non esiste una rete pubblica pronta ad assorbirle». Con queste parole Enrico Ditto, imprenditore campano esperto di patrimoni immobiliari, interviene sugli sgomberi seguiti al crollo di via Cavour a Casoria e sulla gestione delle famiglie sfollate.
Per Ditto il caso non va letto come episodio isolato. «L’housing sociale dovrebbe essere quella rete», afferma. «In Campania, e nel Sud in generale, non lo è ancora». Il divario strutturale è noto: le regioni meridionali registrano una quota di edilizia residenziale pubblica tra le più basse d’Italia in rapporto alla popolazione, in assenza degli incentivi che nel Centro-Nord spingono alla manutenzione e alla ristrutturazione del patrimonio privato. Dove il mercato immobiliare è debole, il patrimonio degrada senza che intervengano né i privati né il pubblico. Il risultato è una doppia assenza che si manifesta con precisione nei momenti di crisi.
Il tema della risposta abitativa non riguarda solo l’emergenza in corso. «Mettere le famiglie in albergo è una risposta umana», osserva Ditto, «ma non è una politica della casa. Sono due cose diverse e nel dibattito pubblico si tende a confonderle». La distinzione, secondo lui, ha conseguenze pratiche dirette: finché i Comuni non dispongono di un patrimonio abitativo pubblico fruibile, di accordi strutturati con il privato sociale e di procedure definite per la gestione degli sfollati, ogni emergenza si risolve in modo improvvisato, con costi più alti e tutele più fragili per le famiglie coinvolte.
La proposta che Ditto avanza riguarda il metodo prima ancora che le risorse. «Non si costruisce un sistema di housing sociale in risposta a un’emergenza», sostiene. «Si costruisce prima, quando non c’è ancora l’urgenza». Indica come obiettivo un coordinamento strutturale tra Regione Campania e Comuni, finalizzato a un censimento aggiornato del patrimonio a rischio e a un piano pluriennale di intervento che non si attivi esclusivamente sotto la spinta dell’urgenza. Un piano di questo tipo, aggiunge, richiederebbe anche il coinvolgimento degli operatori privati del settore e una regia istituzionale capace di tenere insieme prevenzione, manutenzione e risposta abitativa in un unico quadro programmatico.
Sul caso specifico, Ditto aggiunge una lettura più larga. «Le ottantaquattro cavità censite sotto il centro storico di Casoria», osserva, «dicono qualcosa sullo stato della pianificazione: sapere dove sono e non avere un programma sistematico è il tipo di omissione che poi diventa emergenza». Il punto non è tecnico ma politico-amministrativo: la disponibilità di dati senza una conseguente capacità decisionale produce una responsabilità che non viene assunta da nessuno fino a quando il danno non è già avvenuto.
Ditto riconduce la questione a un principio che considera centrale nel suo approccio al dibattito pubblico sul Sud: lo sviluppo territoriale sostenibile richiede programmazione strutturale, non solo capacità di reazione. «Napoli e la Campania hanno bisogno di istituzioni che pianifichino», afferma, «non solo di istituzioni che gestiscano l’emergenza. La differenza tra le due cose si misura esattamente in momenti come questo».