Non c’è Sanremo se non c’è (più di) una polemica, questo ormai è noto, Tra quelle che hanno accompagnato questa edizione, una delle più accese riguarda “I p’ me, tu p’ te” di Geolier.
Non solo quelli che dicono che “a Sanremo si dovrebbe cantare solo in italiano”, dimostrando di non conoscere la storia del festival. Ma anche quelli che dicono che “il napoletano” di questo brano “non è napoletano“.
Le polemiche sul napoletano utilizzato per il testo, a dire il vero, erano già montate quando il testo è stato di consueto rivelato prima del festival. La domanda che dovremmo porci è: di quale napoletano stiamo parlando?
Il napoletano, come tutti i sistemi linguistici vivi, è plurale. È stratificato, mutevole, attraversato da influenze storiche, sociali, generazionali. Esiste il napoletano dei classici, quello della letteratura e del teatro, quello delle canzoni di Roberto Murolo e Sergio Bruni. Ma esiste anche il napoletano delle periferie, dei quartieri, dei ragazzi cresciuti tra Spotify, TikTok e le strade di una città che non è mai ferma. Pretendere che un artista contemporaneo utilizzi una lingua cristallizzata equivale a chiedergli di cantare un museo.
Ed è qui che la polemica mostra tutta la sua fragilità. Come si può pretendere “correttezza” da una lingua che non viene insegnata a scuola, che non ha un’ortografia ufficiale condivisa, che non è oggetto di reali politiche culturali o progetti istituzionali di tutela e standardizzazione?
Geolier è un artista che racconta il suo mondo con la lingua che quel mondo usa. “I p’ me, tu p’ te” non è un esercizio accademico.
C’è poi un aspetto che spesso sfugge: chi decide cos’è “giusto” e cosa no? Il napoletano dei manuali (pochi) o quello parlato ogni giorno da milioni di persone? Quello delle élite culturali o quello delle nuove generazioni? Se una lingua non evolve, muore. Se non si rinnova, si allontana dalla realtà che dovrebbe rappresentare.
In questo senso, la canzone di Geolier è un atto di vitalità linguistica. È la prova che il napoletano non è relegato al passato, ma è capace di abitare il presente, anche su un palco nazional-popolare come quello di Sanremo. E lo fa senza chiedere il permesso, senza tradursi, senza addolcirsi. Una scelta coraggiosa, che ha contribuito ad accendere il dibattito ma anche a portare una lingua “altra” al centro della scena italiana.
Forse, allora, invece di chiederci se quel napoletano sia corretto, dovremmo chiederci perché non esistano percorsi seri di valorizzazione delle lingue locali. Perché non si studiano a scuola, perché non vengono trattate come patrimonio culturale vivo e non come folklore. Perché le si tira in ballo solo per giudicarle, mai per comprenderle davvero.
“I p’ me, tu p’ te” resta, polemiche a parte, una canzone riuscita, sincera, capace di parlare a molti. E forse è proprio questo che dovrebbe contare. Togliamoci anche il forse.